Il viaggio della “barca di luce” di Domenico Pellegrino per le Fondamenta veneziane
21 Luglio 2019

Il viaggio della “barca di luce” di Domenico Pellegrino per le Fondamenta veneziane

In nome dell’acqua e per l’acqua. E dove, se non a Venezia, può svolgersi una sorta di cerimonia laica, un corteo di imbarcazioni che scorta la “regina”, la barca di luce? Tutto parte da “I’m The Island” l’installazione di Domenico Pellegrino, ospitata nel Padiglione del Bangladesh alla 58. Biennale d’arte di Venezia. Un’installazione-barca  che sa di viaggio, percorso, ricerca di conoscenza, voglia di vita. E proprio un omaggio al mare sarà il percorso che venerdì 19 luglio la barca di luce condurrà da Palazzo Zenobio, sede del Padiglione, a Ca’ Donà dalle Rose, dove è in programma la presentazione del libro d’arte sull’opera di Domenico Pellegrino.
 
La performance si srotolerà dalle 19 come un corteo di natanti lungo le Fondamenta antiche: un Pupparino a remi (storica imbarcazione, tipica delle calli veneziane) guidato da Patrizi Veneziani – trascinerà “I’m The Island”, da Palazzo Zenobio, lungo le Fondamenta Priati, Rio Ca’ Foscari, taglierà il Canal Grande, poi imboccherà Rio Santi Apostoli, il canale dei Gesuiti per giungere nella Cavana (darsena coperta) di Palazzo Donà dalle Rose. E visto che ogni cerimonia deve avere la sua colonna sonora, ecco che il corteo di barche sarà accompagnato dal violino elettrico di Mario Bajardi e dal violino tradizionale (un J.B.Vuillaume del 1855 e un archetto J.F.Schmitt appartenuto al violinista Franco Gulli) del giovane Nicola Di Benedetto.
 
Giunto il corteo di barche a Palazzo Donà dalle Rose, alle 20 è in programma la presentazione del volume fotografico “Cosmogonia Mediterranea” (Serradifalco edizioni), che riporta la storia dell’intero progetto di Domenico Pellegrino: un’installazione luminosa a forma di Sicilia che ha viaggiato per il Mediterraneo, toccando musei e luoghi d’arte; e si è fermata sul fondo del mare dinanzi a Lampedusa, nello stesso luogo dove continuano ad approdare le barche dei disperati che cercano una vita migliore. Un messaggio di tolleranza e respiro che l’artista ha fatto suo: la sua “visione capovolta” – dal fondo del mare, la sua Sicilia guarda virtualmente al cielo – è un modo per osservare la terra sottosopra. “Ho immaginato che chi non è riuscito a raggiungere questa luce, se la sia comunque portata dietro come ultima immagine prima di chiudere gli occhi“, spiega Pellegrino. Luminarie antiche, tradizioni di una volta: tante piccole stelle luminose sono scivolate apposta nell’acqua e lì sono rimaste, a formare una costellazione che ha i contorni colorati dell’isola.“Cosmogonia Mediterranea” è dedicata a Sebastiano Tusa, l’archeologo che sostenne sin dall’inizio il progetto dell’artista e che è scomparso nel disastro aereo in Etiopia. Il libro fotografico, diviso in 8 capitoli, si apre proprio con la prefazione di Sebastiano Tusa.
 
L’installazione originale proposta alla Biennale di Venezia, racconta il viaggio dell’opera: la scultura è stata ripescata dall’acqua e, dopo un’inevitabile manutenzione che ha cercato di salvaguardarne la memoria “sommersa”, è stata portata a Venezia. Al visitatore viene proposto un viaggio immersivo e sensoriale, attraverso un video racconto che ne raccoglie testimonianze e immagini.
 
L’evento “Cosmogonia Mediterranea” è sostenuto da Fondazione Sicilia, da Elenk’art e dalla casa vinicola etnea Feudo di Gulfa, dalla Fondazione Donà dalle Rose e da Wish – World International Sicilian Heritage, fondata dalla contessa e mecenate Chiara Modìca Donà dalle Rose che è anche direttore artistico della BIAS – Biennale Internazionale Arte Sacra. Una delle più antiche famiglie nobiliari, che ha dato anche tre Dogi a Venezia, è da parecchio tempo una delle maggiori sostenitrici di progetti culturali e innovativi legati all’arte contemporanea. La pubblicazione del libro d’arte è sostenuta da Fondazione Sicilia e dall’Assessorato ai Beni Culturali e all’Identità Siciliana.
 
Dopo la performance, “I’m The Island” ritornerà a Palazzo Zenobio, al Padiglione del Banglades, dove è una delle principali opere in mostra, di certo la più fotografata. Un legame importante, quello con il “Paese dalla sete millenaria”. Domenico Pellegrino, su richiesta dei curatori Mokhlesur Rahman e Viviana Vannucci, ha infatti indagato il tema di “thirst” (sete), lavorando sul modello delle imbarcazioni tipiche bengalesi, barche in legno scuro che scivolano sul fango di un Paese che si vede inghiottire dall’acqua; e ha raccolto e annodato un filo che lo conduce in Sicilia, all’antica famiglia Rodolico, ai maestri d’ascia citati già ne “I Malavoglia” di Verga.
“Il mio contributo creativo, in termini simbolici e metaforici, affronta le proprietà salvifiche e terapeutiche dell’acqua, che è in grado di sradicare le impurità da qualsiasi organismo – spiega Domenico Pellegrino -. Purificare e sublimare il mondo fenomenico da qualsiasi connotazione negativa e trasformarlo in qualcos’altro, in un’opera d’arte, appunto. La sete di acqua pura che le persone sentono non è solo un requisito fisico, ma diventa espressione di desiderio di vita e conoscenza”.
La barca al suo interno traghetta  la cultura di un popolo vivo (simboleggiato dalla luce) e protetto dalla stessa barca, come due mani trattengono la cosa più importante al mondo. Le luminarie ridisegnano alcuni decori del Bangladesh, elementi presi a prestito dalla natura, riscritti e ridisegnati attraverso la cultura siciliana.